L’immagine dello Yoga, particolarmente in occidente, viene spesso riassunta nella figura di un fachiro magro e atletico annodato in posizioni strane, gli asana. Invece negli Yogasutra di Patanjali si parla di Asana, ma in soli tre versetti sui circa duecento dell’intera opera. Non perché non si tratti di un elemento importante, ma perché non è necessariamente il più importante degli otto membri in cui il saggio Patanjali ha diviso metodicamente lo Yoga (in testi successivi sono sette o sei, in genere sorvolando i primi due di Patanjali: Yama e Niyama).
Per quale motivo così tanta laconicità da parte del saggio Patanjali su quello che invece nello Yoga moderno è l’elemento più vistoso, cioè la ricchissima messe di posizioni dalle più semplici alle più articolate? Le ipotesi sono due: data l’estrema sintesi perseguita nella redazione degli Yogasutra, forse l’autore ha dato per acquisita e conosciuta la parte tecnica delle posizioni Yoga; oppure all’epoca in cui Patanjali ha riassunto e messo per iscritto la tradizione orale dello Yoga, si praticavano solo le posizioni sedute per la meditazione.

Ardha Matsyendrasana

Ardha Matsyendrasana

Fra i testi tradizionali, si parla di Asana nella Bhagavad-gita (in cui Krishna descrive ad Arjuna il dettaglio del seggio su cui fare meditazione: una pedana né troppo alta né troppo bassa, ricoperta con erba e pelle d’antilope) e poi, molto più specificamente, nei fondamentali Hatha Yoga Pradipika (”La lanterna dello Hatha Yoga”), Gheranda Samhita (”Gli insegnamenti di Gheranda”) e Shiva Samhita (”Gli insegnamenti di Shiva”). Questi ultimi tre testi, scritti fra il XV e il XVIII secolo, identificano diverse decine di asana fondamentali, molti dei quali praticati ancora oggi con gli stessi nomi. Secondo il più recente di questi tre testi, Shiva Samhita, le posture dello Yoga sono 84 milioni (tante quante le creature esistenti secondo il conteggio di Shiva…). Siccome per l’essere umano ricordare tante posizioni sarebbe impossibile, Shiva ne ha benevolmente selezionate 84 fondamentali.

Come si vede, si passa da qualche posizione seduta, rammentata brevissimamente da Patanjali, alla descrizione dettagliata di innumerevoli posture, mudra, pratiche di pulizia, e altre tecniche dei testi successivi. Il punto fondamentale da tenere a mente è che fra gli Yogasutra di Patanjali e gli altri testi passano almeno mille anni, secondo questa timeline: Bhagavad-gita II secolo a.C.; Yogasutra fra il II secolo a.C e il 200 d.C.; Hatha Yoga Pradipika XV secolo; Gheranda Samhita probabilmente posteriore; Shiva Samhita, probabilmente il più recente dei tre, situabile all’inizio del XVIII secolo. In tutti i casi le datazioni sono molto incerte e frutto di deduzione fra diversi elementi (datazione del manoscritto più antico, analisi del testo, riferimenti ad eventuali testi coevi o più antichi), il tutto complicato dal fatto che si tratta quasi sempre di trascrizioni di testi tramandati oralmente, ma non si sa per quanto tempo e con quali cambiamenti.
Tutto questo per dire che non sempre è corretto mettere automaticamente nello stesso calderone omogeneo dei testi tradizionali fra i quali corrono secoli o millenni di differenza.

Come facciamo quindi a trovare armonia fra l’asciutta sintesi di Patanjali e la multiforme ricchezza atletica dello yoga moderno?
In fondo Patanjali si limita a dire “La postura è stabile e agevole.” (II.46); “[Ciò si ottiene] con il rilassamento dello sforzo e l’immedesimazione con l’infinito. ” (II.47), “Allora si è immuni dalle coppie dei contrari.” (II.48) (Dalla traduzione italiana di Paolo Magnone, Aforismi dello Yoga, ed Magnanelli).

Ecco alcune possibili risposte:
1. Stare seduti 40 minuti a meditare è un’impresa anche fisicamente impegnativa. Tenere la schiena diritta richiede una spina dorsale che sia contemporaneamente forte e flessibile. Ecco perché è utile una lunga preparazione fisica con esercizi di allungamento, flessione, estensione e torsione per la spina dorsale e, conseguentemente per tutte le articolazioni.
2. Come dice BKS Iyengar, l’elevazione spirituale non è cosa da mingherlini. Occorre buona salute e prestanza fisica, anche se queste non devono essere fini a sé stesse.
3. L’importantissimo versetto II.46, anche se magari riferito originalmente a una posizione seduta, ci offre indicazioni utili per ogni asana: la posizione deve essere stabile e agevole. Quello è il segnale che ci dice che la pratica è corretta: quando la posizione è agevole, senza sforzo e senza disagio, per pochi secondi in alcuni casi, per minuti interi in altri, allora la posizione è finalmente padroneggiata. Negli altri casi è solo una temporanea esibizione di forza. Il punto non è padroneggiare posizioni sempre più complesse, bensì praticare con agio le proprie posizioni. Ovviamente, più si padroneggiano in questo modo posture via via più complesse, più il limite si sposta. L’”acrobazia” diventa quindi una ricaduta, involontaria, della pratica, non un obiettivo fine a sé stesso: questa è una delle fondamentali distinzioni fra lo Yoga e altre discipline. Altrimenti, come dicono molti insegnanti di yoga, qualsiasi campione di Ginnastica Artistica sarebbe automaticamente anche un perfetto yogi.
4. Sempre secondo BKS Iyengar e altri yogi moderni, anche la pratica di Asana può essere una forma di meditazione che può portare fino al Samadhi. È infatti anche una questione di intenzione e di consapevolezza. Se un praticante esegue la sua sequenza con la massima concentrazione e consapevolezza può entrare in quegli stati di superiore consapevolezza indescrivibili a parole. Secondo questa concezione, (considerata coerente con l’insegnamento di Patanjali ad esempio da Ewin F. Bryant nel suo commento al sutra I.39), Asana, Pranayama, concentrazione, meditazione possono diventare un’unica pratica, un unico flusso di consapevolezza nel fluire delle posture, utilizzando le stesse posizioni come oggetto di meditazione.
Impostazione analoga si trova nel Vinyasa Ashtanga Yoga di K. Patthabi Jois, in cui la sequenza di asana, sempre uguale (una per gli allievi principianti, una per gli intermedi, alcune per gli allievi di livello superiore) diventa un oggetto di meditazione in movimento. Altre scuole di Yoga variamente dinamico propongono impostazioni analoghe.
5. In alternativa all’impostazione centrata sulle posizioni del punto precedente, un metodo organizzativo generalmente raccomandato sia per i corsi collettivi di Yoga sia per la pratica personale è questo: pratica di asana, rilassamento (Yoga Nidra, rilassamento guidato oppure 5-15 minuti in Savasana), Pranayama e infine meditazione (ovviamente sono possibili numerose varianti, compresa la soppressione di alcune fasi, o l’integrazione fra loro, oppure, infine, l’inserimento di pratiche di concentrazione e purificazione come Trataka e recitazione dei mantra). La pratica di asana, più o meno energica a seconda dello stile di yoga e della preparazione personale o degli allievi, serve per preparare il corpo all’immobilità successiva: il corpo non è fatto né per stare in perenne movimento, né per stare sempre immobile. Il rilassamento induce la calma necessaria per la meditazione. Il Pranayama aiuta a concentrare la mente. La meditazione finale diventa il culmine della pratica e, insieme al rilassamento, offre al corpo e alla mente la possibilità di rigenerarsi.

Infine, alcune considerazioni pratiche su Asana nello Yoga moderno. Gli asana veri e propri possono essere classificati in molti modi. Una classificazione abituale, indicativa e non rigida, è: posizioni sedute, in piedi, torsioni, flessioni in avanti, estensioni indietro, inversioni, infine posizioni di equilibrio. Queste classificazioni sono molto indicative perché alcuni asana possono ricadere in più categorie. Ad esempio Trikonasana è una posizione in piedi ma anche una torsione. Uttanasana è una posizione in piedi, una flessione in avanti e anche un’inversione, perché la testa è più bassa del bacino. Ogni sessione dovrebbe comprendere qualche posizione di ognuna di queste categorie.
Quello che conta, durante la pratica, è che ogni posizione sia stabile e agevole. Tradotto in parole povere, ogni asana deve essere praticato senza fiatone, senza tremori muscolari, senza dolori o disagi articolari, per tutto il tempo della sua durata, da pochi secondi a molti minuti a seconda della posizione. Come, appunto, raccomandava Patanjali.

Le otto membra dell’Astanga Yoga di Patanjali

Yama – Regole sociali
Niyama – Regole personali
Asana – Posture
Pranayama – Controllo del prana attraverso la respirazione
Pratyahara – Ritrazione dei sensi
Dharana – Concentrazione
Dhyana – Meditazione
Samadhi – Perfetto raccoglimento, assoluta attenzione concentrata in sé. “Enstasi” secondo la definizione di Mircea Eliade

Bibliografia

“Aforismi dello Yoga”, a cura di Paolo Magnone, Promolibri Magnanelli (probabilmente l’unica traduzione dal sanscrito all’italiano o comunque una delle poche facilmente reperibili; la maggior parte delle altre edizioni disponibili in Italia sono traduzioni dall’inglese)
“La Scienza dello Yoga”, I.K. Taimni, Astrolabio Edizioni
“The Yoga Sutras of Patanjali”, Edwin F. Bryant, North Point Press
“Enciclopedia dello Yoga”, Stefano Piano, Promolibri Magnanelli
“The Language of Yoga”, Nicolai Bachman, Sounds True
“The Shambala Encyclopedia of Yoga”, Georg Feuerstein, Shambala

Questo articolo è stato pubblicato sul mensile italiano Yoga Journal Italia, con qualche variazione.

Gli altri articoli della serie “Astanga Yoga di Patanjali” sono qui.


1 Commento per “Asana, posizioni per un corpo forte e flessibile”

  1. 1 Pranayama, il ponte fra corpo, mente e spirito at Yogasutra

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Yogasutra - Lo yoga reso facile
A cura di:
Gianni Da Re Lombardi

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