Niyama, cinque regole per corpo e mente
Pubblicato il 23-02-2012 da Gianni Da Re Lombardi in Astanga Yoga di Patanjali, Scritture tradizionali, Storia dello Yoga 1 Commento/Lascia il tuoYama e Niyama, quando se ne parla, viaggiano sempre in coppia. Gli Yama sono le cinque prescrizioni sociali della tradizione yogica elencati negli Yogasutra, gli aforismi dello yoga che il saggio Patanjali ha scritto circa duemila anni fa per tramandare la sintesi della filosofia yogica. I Niyama sono le cinque prescrizioni personali: Shaucha o pulizia, Santosha o capacità di accontentarsi, Tapas o austerità, Svadhyaya o studio di sé stessi, Ishvara-pranidhana o arrendersi al volere di Dio.
Più che cinque regole, si tratta di cinque indicazioni generali su come comportarsi con sé stessi e con il proprio corpo al fine di dirigere al meglio la propria energia, sia dal punto di vista strettamente fisico (queste indicazioni potrebbero essere di grande beneficio anche per un atleta professionista) sia dal punto di vista spirituale (monaci ed esponenti di molte religioni potrebbero concordare su questi cinque principi). Sono cinque indicazioni generali perché, data l’estrema sintesi di Patanjali, e la ricchezza delle tradizioni, le interpretazioni non sempre sono univoche.
Shaucha o pulizia
La filosofia di fondo dello Yoga potrebbe essere riassunta, sia pure in modo incompleto, con la famosa massima latina Mens sana in corpore sano. Secondo la tradizione yogica il perseguimento dell’elevazione spirituale richiede un corpo forte e sano. Quando sei malato in genere non puoi fare pratica né di Asana, né di Pranayama, né di meditazione, quindi anche il percorso spirituale viene impedito o rallentato.
La pulizia interna ed esterna predicata dallo Yoga di Patanjali e successivamente precisata dalla tradizione dello Hatha Yoga, è finalizzata a liberare il corpo dai veleni e dalle energie negative. In linguaggio più moderno, potremmo dire che le pratiche di purificazione servono ad eliminare i prodotti di scarto del metabolismo, ridurre o eliminare la presenza di germi patogeni, tonificare il sistema immunitario.
Alla pulizia fisica corrisponde anche la pulizia mentale. Al principio di evitare l’alcol, gli eccessi alimentari, il fumo e le droghe perché intossicano il corpo e la mente, corrisponde anche il principio di evitare di indulgere col pensiero a violenza, sesso gratuito, malignità nei confronti di sé stessi e di altri.
Queste intuizioni vengono confermate dalla moderna medicina, che ha sempre conosciuto i vantaggi dei regimi alimentari moderati e che, ad esempio, sta oggi scoprendo l’importanza di una buona condizione intestinale per il sistema immunitario. Dal lato spirituale la psicologia moderna conferma alcune antiche intuizioni dello Yoga: siamo anche quello che pensiamo. Pensieri violenti e negativi hanno un impatto negativo tanto sulla nostra vita quanto sul nostro corpo. Da qui l’imperativo yogico di purificare il corpo come la mente.
Santosha o capacità di accontentarsi
I desideri sono illimitati. Il mondo materiale di cui ognuno di noi può fare esperienza invece è molto limitato. Questa è la contraddizione con cui tutti dobbiamo avere a che fare, dalla persona più povera fino alla più potente della terra. Per quanto successo e fortuna possiamo avere, ci sarà sempre qualcosa che ci sfuggirà, o che non otterremo nel modo in cui l’avremmo voluto. La saggezza è accettare quello che l’universo ci offre, nel bene e nel male. Ci sono diversi modi di dire della saggezza popolare che rispecchiano questo principio: “chi si accontenta gode”; “se c’è rimedio, perché preoccuparsi? Se non c’è rimedio, perché preoccuparsi?”.
Imparare ad accontentarsi non è un invito necessariamente passivo: si può comunque lavorare o impegnarsi per migliorare e cambiare la propria condizione. La differenza sta nell’atteggiamento, nel non rimpiangere quel che succede di perdere, nel non desiderare inutilmente qualcosa di diverso da quello che otteniamo. Come spiega la filosofia Zen, la vita è il viaggio, non il raggiungimento della meta. Santosha è anche accontentarsi di quello che ci avviene per strada, senza rimpiangere la partenza o sospirare l’arrivo.
C’è un risvolto pratico, per quel che riguarda il cammino yogico: se desideri costantemente i piaceri materiali, la tua mente non può essere stabile. Con una mente piena di inesauribili desideri materiali il progresso spirituale è molto più difficile.
Tapas o austerità
Letteralmente Tapas significa “calore”. Indica il calore dell’attività e della pratica. In Italia viene spesso tradotto in “austerità” dandovi un senso di rinuncia francescana che ne fa il doppione di Santosha. Secondo alcuni commentatori, e partendo dal significato letterale, rappresenta invece l’impegno della pratica, sia sul tappetino, sia nella vita. Il calore purifica, sia simbolicamente, sia in senso letterale. Infatti il termine indica anche gli esercizi fisici e respiratori di produzione del calore interno praticati dagli asceti per resistere agli inverni Himalayani.
L’austerità brucia le impurità dalla mente e dal corpo. Inoltre ti rende più forte. È importante ricordare che austerità non significa però sottoporre il corpo a pratiche estreme. Per esempio, ogni tanto, osservare un breve digiuno di un giorno può essere utile e benefico. Ma denutrire il corpo con digiuni frequenti e lunghi può fare più danno che bene, indebolendo il sistema immunitario ed esponendo il corpo a malattie. Allo stesso modo praticare asana per mezzora o un’ora al giorno, da tre a sei volte alla settimana, fa sicuramente bene al corpo e all’anima, così come fa bene osservare dei periodi di riposo. Praticare ossessivamente per ore ed ore ogni giorno può invece creare danni al corpo e alle articolazioni, o privare il corpo dell’energia per le altre attività quotidiane. In certi periodi della vita alcune pratiche estreme possono avere significato (ad esempio per uno sportivo che vuole raggiungere risultati di alto livello o per un mistico che sente una forte vocazione ascetica). Ma si tratta di casi eccezionali in cui comunque è sempre raccomandabile la prudenza per evitare danni fisici anche permanenti.
Svadhyaya o studio di sé stessi
Sul significato di Svadhyaya c’è qualche divergenza. Secondo alcuni significa “studio di sé”, ovvero imparare a comprendere sé stessi. Secondo altri significa “recitazione a sé stessi”, ovvero recitazione quotidiana di mantra o di un sacro testo imparato a memoria. Secondo altri ancora significa studio in senso lato, sia per quel che riguarda sé stessi e i propri comportamenti, sia per quel che riguarda i testi tradizionali dello Yoga.
Lo Yoga è una scienza, ed è una scienza pratica. È una scienza nel senso che il suo messaggio è scientifico e sperimentale, invita alla conoscenza diretta: fai questa posizione, e verifica tu stesso quel che ti succede. Come dice la Hatha Yoga Pradipika “chi pratica avrà successo, chi non pratica no. Leggere libri non è sufficiente. Il successo nello yoga non si raggiunge né vestendo gli abiti giusti, né parlandone” (I.65-66). La pratica diventa quindi osservazione e studio di sé stessi (l’unico essere di cui possiamo avere esperienza diretta e non mediata), trasformando l’insegnamento teorico dei testi tradizionali in azioni quotidiane dalle quali trarre l’insegnamento dell’esperienza. Mettendo insieme i tre significati attribuiti oggi a Svadhyaya, che sono meno divergenti di quel che sembra a prima vista, emerge l’esortazione incisa sul tempio dell’Oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Svadhyaya è l’invito ad esplorare e conoscere sé stessi, e lo svolgimento della propria vita, anche alla luce delle scritture tradizionali dello Yoga, primo fra tutti il testo di Patanjali che, secondo alcuni commentatori attuali, ha anche anticipato molte scoperte della psicologia moderna.
Ishvara-pranidhana o arrendersi al volere di Dio
Letteralmente significa “dedizione totale al Signore”. Il senso è quello del titolo della canzone dei Beatles: “Let it be”, lascia che sia. È un’accettazione di quel che ci accade che può avere un risvolto sia passivo sia attivo. L’interpretazione passiva è il fatalismo rassegnato di chi si lascia sballottare dalle correnti della vita, limitandosi, se possibile, a galleggiare. L’interpretazione attiva è impegnarsi al meglio delle proprie possibilità, accettando senza rimpianti qualsiasi risultato ne emerga e dedicandolo comunque al principio divino dell’universo. Il concetto si può chiarire sia pensando alla tecnica per attraversare un fiume a nuoto, sia alla vela. Se il fiume ha una forte corrente e dobbiamo attraversarlo a nuoto, un metodo è nuotare con tutta l’energia che abbiamo in linea retta, opponendoci alla deriva trasversale della corrente. Questo metodo è molto faticoso, e ha successo solo se siamo forti nuotatori e la corrente non è più forte delle nostre braccia. L’altro metodo è nuotare in diagonale nella direzione della corrente. In questo caso la corrente non è più un ostacolo ma in parte ci aiuta a nuotare più velocemente, perché ne usiamo la forza di spinta. Vero che dobbiamo nuotare più a lungo, perché il percorso in diagonale è molto più lungo del percorso diretto. Ma l’obiettivo è arrivare dall’altra parte sani e salvi, non rischiare di annegare stremati in mezzo al fiume.
Anche la vela ci offre un insegnamento analogo. Nessuna nave a vela è in condizione di navigare controvento. Però i marinai, dopo secoli di tentativi, hanno imparato che, con le vele latine, è possibile bordeggiare, ovvero andare a zig zag nella direzione del vento. Se devi andare a Nord e il vento spira proprio da Nord, dirigi a Nord-Ovest e fai un tratto di mare, poi viri a Nord-Est e fai un altro tratto di mare. Andando a zig zag Nord-Ovest Nord-Est procedi controvento usando la forza del vento.
Certo, viaggiare col vento in poppa è più facile e piacevole, ma nella vita non sempre è possibile. E arrendersi alla direzione del vento diventa il segreto per piegarlo ai nostri voleri.
In sintesi gli Niyama sono le prescrizioni personali che ci aiutano a progredire nella pratica dello yoga e nella vita: purificarsi, accontentarsi, praticare con la giusta energia, imparare dall’osservazione di sé stessi e dalla pratica, affidarsi al divino sono i segreti per una vita ricca di significato e più sana. Una vita senza estremi di felicità o di infelicità, entrambi ugualmente pericolosi.
I segreti per una vita equilibrata, tenendo presente che l’equilibrio è un processo dinamico e non uno stato che si raggiunge una volta per tutte.
Bibliografia utile
“Le regole della vita quotidiana (yama e niyama)”, Cinzia Picchioni, ed. Magnanelli
“Enciclopedia dello Yoga”, Stefano Piano, Promolibri Magnanelli
“The Language of Yoga”, Nicolai Bachman, Sounds True
“The Yoga Tradition”, Georg Feuerstein, Hohm Press
“Aforismi dello Yoga”, a cura di Paolo Magnone, Promolibri Magnanelli
“La Scienza dello Yoga”, I.K. Taimni, Astrolabio Edizioni
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile italiano Yoga Journal Italia, con qualche variazione.
Gli altri articoli della serie “Astanga Yoga di Patanjali” sono qui.
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