Quando Patanjali decise di scrivere gli Yogasutra
Pubblicato il 31-12-2009 da Gianni Da Re Lombardi in Scritture tradizionali 0 Commenti/Lascia il tuoA poche centinaia di metri dal villaggio addormentato, la macchia di foresta che saliva le pendici della collina verso le montagne lontane era già un pericolo mortale. Chiunque passasse da solo e senza protezione poteva diventare il prossimo pasto di una tigre solitaria, o la vittima di un serpente velenoso. Il torrente si impaludava per un breve tratto, creando un laghetto circondato da canne. Sulla sommità di un ciglione che dava sul canneto, illuminato da una luna piena che stava tramontando, un uomo di trentacinque anni stava seduto a gambe incrociate, in un’agevole esecuzione della posizione del loto, padmasana. La posizione era stabile e confortevole, e l’uomo la stava tenendo da diverso tempo, in attesa dell’alba. L’uomo aveva gli occhi semichiusi, ma non vedeva niente. Le mani erano appoggiate sulle ginocchia piegate. Erano sul dorso, con pollice e indice chiusi a cerchio, le altre dita distese. Si trattava di Patanjali, un personaggio eccentrico, dal punto di vista degli altri abitanti del villaggio, particolarmente per questa sua strana abitudine, ogni tanto, di andare nella foresta nel cuore della notte. Dopo anni di vita a corte nella capitale del regno, era venuto a vivere nel villaggio, dove abitava una capanna pulita e ben tenuta, con una piccola porta e senza finestre. Il regno era tranquillo e ben amministrato, e non conosceva invasioni straniere né guerre da diversi decenni. Per le sue uscite notturne l’uomo sceglieva solo le notti di luna piena, quando la visibilità era buona, per non dover usare né lanterne né fuochi. Camminava silenziosamente, arrivava nel suo posto preferito, in genere un paio d’ore prima dell’alba, stendeva una pelle d’antilope e si sedeva a gambe incrociate, perfettamente immobile fino al sorgere del sole e oltre. Voleva esercitare la sua imperturbabilità e indifferenza, indifferente anche ai possibili pericoli della notte.
I rumori esterni non lo turbavano. Dopo averli osservati attentamente tutti, essi erano presto scomparsi dalla sua coscienza. Non lo turbava neanche l’assoluta assenza di rumore di una tigre che lo osservava dal canneto. Era una giovane femmina che aveva recentemente preso possesso di quel territorio, dopo averlo disputato con un’altra femmina, costringendola a cercare domicilio altrove. Lunga circa due metri e mezzo, osservava con curiosità lo strano animale, immobile sul terreno dominante sopra di lei. Trovandosi in posizione di svantaggio per un assalto a sorpresa, aspettava il primo movimento per decidere il da farsi: assalirlo con due o tre balzi, o attendere ancora per capire meglio se poteva essere una preda difficile. Sembrava una scimma o un umano, ma la sua forma era strana. Era raro per la tigre vedere uomini seduti in quel modo, ed era ancor più raro vederli perfettamente immobili. Soprattutto, aspettava un movimento per capire se era vivo, o se era morto. Non era affamata, perché la caccia della notte prima era stata proficua e aveva catturato un bufalo anziano che non era riuscito a fuggire abbastanza in fretta perché azzoppato. Tre quarti abbondanti del suo buffalo ora stavano al sicuro sotto un mucchio di foglie, non troppo lontano dalla sua tana, per i prossimi pasti.
I primi raggi del sole invitavano molti animali a svegliarsi e riprendere le loro attività. Invitavano anche la tigre a ritornare presso la sua tana a riposare dopo la notte in perlustrazione nel fitto sottobosco. Ma era ancor giovane e curiosa. Esitava ad andarsene. Silenziosamente, come solo un felino sa essere, cominciò ad avanzare, spiando ogni singolo segnale di movimento dell’uomo seduto in padmasana. Un battito di ciglia avrebbe fatto scattare nella tigre il riflesso dell’attacco, con la massima velocità neurologica del mondo animale, o quasi.
Ma lo strano animale in padmasana non si muoveva. Sembrava di pietra, forse non era neppure vivente.
Patanjali non sentiva niente. La sua mente era totalmente concentrata su un punto solo, senza alcun turbamento, senza alcun pensiero né razionale né irrazionale. Gli occhi semichiusi non percepivano immagini. Le orecchie vibravano sentendo i rumori della foresta, le foglie, il vento sottilissimo, ma con la mente non li osservava nemmeno. Il mondo esterno non esisteva, il ritiro dei sensi era totale. La tigre non esisteva. Anche se ormai si era avvicinata a tal punto che, lei, ogni tanto sentiva il leggerissimo fluire del respiro di Patanjali, con lunghissime pause di silenzio assoluto. Se la tigre avesse potuto articolare in modo consapevole il suo pensiero, avrebbe compreso che questo strano modo di respirare aumentava la sua perplessità. Le tigri sono animali solitari, raramente hanno esperienze di pacifica convivenza con altri mammiferi. Quando hanno occasione di osservare il respiro di un altro animale, raramente questo è silenzioso, lento, regolare, con lunghissime pause enigmatiche. Il più delle volte è affannoso per la fuga, o si trasforma in un urlo di rabbia o di terrore, a seconda delle sue capacità di lotta. Qui, invece di un animale terrorizzato, aveva davanti a sé una specie di pietra, una statua che respira. Non aveva mai visto nulla del genere. Era sazia e tranquilla, un po’ stanca, e nulla eccitava la sua aggressività, per cui si limitava, dopo essersi avvicinata lentamente, a girare intorno all’uomo seduto, curiosa, perplessa.
La capacità di concentrazione di una tigre è stupefacente. Può stare ore in agguato in attesa di una preda, come in meditazione, ma pronta a scattare in balzi rapidissimi appena questa arriva a tiro. Ma le tigri sono anche timide e pigre. La preda giusta può bastare per qualche giorno, e fra un’uccisione e l’altra può passare anche una settimana di riposo e vacanza. Come tutti gli animali selvatici, le tigri cercano di evitare i guai e problemi non necessari. La tigre sentì passi e voci umane avvicinarsi da lontano. La prospettiva di possibili intrusi in avvicinamento, per di più rumorosi, unita al fatto che non aveva fame, la fecero decidere. Silenziosamente sparì. Voleva evitare di attirare l’attenzione.
Patanjali rimase solo. I minuti passarono lenti. Era totalmente distaccato dalla realtà, sentiva esclusivamente la sua consapevolezza, vedeva il sé, senza alcun timore né alcun attaccamento. Per la prima volta, da quando praticava la sua disciplina, era entrato totalmente, per un tempo lunghissimo e ininterrotto, in uno stato di totale distacco da qualsiasi ansia, qualsiasi timore, qualsiasi desiderio. Non voleva niente, non temeva niente, neppure la morte, che gli era passata vicinissima. Aveva visto l’eternità. Era arrivato il momento di tornare all’illusoria realtà dei sensi. Aprì gli occhi.
Lentamente, con movimenti molto lenti, si alzò in piedi. La mente riprese le sue funzioni e ricominciò a pensare. Sacerdote di una famiglia di sacerdoti, Patanjali, a parte gli ultimi due anni, aveva passato gran parte della sua vita a corte, nella capitale. Aveva imparato la musica, la scrittura, la letteratura. Danzava e aveva insegnato danze sacre. Nel frattempo, aveva anche praticato lo yoga, la disciplina segreta dei nobili, dei sacerdoti e dei guerrieri. Ognuna di queste categorie praticava yoga per scopi diversi: salute, forza, energia sessuale, energia spirituale, anche una via di fuga dalle fatiche della vita quotidiana. Patanjali aveva riflettuto molto, praticato molto, ne aveva parlato a lungo con il suo primo guru e poi con altri.
Ritornando verso il villaggio, ebbe un’intuizione: “lo yoga è la cessazione del turbinio della mente”. Decise di scriverlo. La scrittura era una tecnica per fissare le parole sui fogli in modo che potessero essere ricordate e trasmesse al di là della memoria e della voce. Una tecnica che pochi conoscevano fuori dalla corte reale e dalla cerchia di nobili, sacerdoti e guerrieri. La sera stessa iniziò a scrivere, su foglie di palma, una nota: “inizia qui la trattazione dello yoga”. Iniziò così il suo viaggio nella trascrizione di tutto quello che aveva imparato sullo yoga. Ci mise cinque anni, riflettendo e correggendo continuamente, alla ricerca della massima sintesi. I sutra dello Yoga, le istruzioni per seguire il cammino che aveva percorso anche lui. Chissà se sarebbero servite a qualcuno.
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