Yama, le 5 regole per un mondo migliore
Pubblicato il 11-02-2012 da Gianni Da Re Lombardi in Astanga Yoga di Patanjali, Scritture tradizionali, Storia dello Yoga 2 Commenti/Lascia il tuoYama: le cinque regole per un mondo migliore.
Introduzione: le otto membra dello Yoga
Patanjali nei suoi Yogasutra cataloga lo Yoga in otto membra distinte. Queste costituiscono i diversi percorsi, in parte paralleli, in parte sequenziali, che il praticante deve intraprendere. Per comprenderci, non si tratta di scalini di una scala (superato il primo si passa al secondo), bensì di un continuum. Le otto membra dello Yoga sono Yama, Niyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana e Samadhi.
I primi cinque elementi costituiscono la base e, dopo un periodo di apprendimento, vengono praticati quasi parallelamente. Yama e Niyama (prescrizioni e obblighi) sono i prerequisiti che ogni essere umano idealmente dovrebbe praticare per tutta la vita, come un bordone o un basso continuo sotto un pezzo musicale, in cui la melodia si evolve ma l’accompagnamento ritmico è sempre presente. Gli Asana (le posizioni fisiche) si praticano per migliorare la salute e l’energia del corpo. Poi, dopo qualche tempo di pratica di Asana si può iniziare anche a praticare Pranayama (il controllo del prana attraverso il controllo del respiro). Attraverso una pratica costante, dopo diverso tempo si inizia a sperimentare Pratyahara (il ritiro dai sensi, il riposo simultaneo di tutte le attività sensoriali).
Tutto questo diventa l’insieme armonico di una pratica continua. Queste cinque membra vengono chiamate anche Bahir-anga, membra esterne, perché riguardano attività relative al corpo fisico e agli organi di senso che possono essere notate anche da un osservatore esterno.
I tre stadi successivi vengono chiamati Antar-anga, membra interne, perché riguardano esclusivamente esperienze che avvengono nell’interiorità del praticante: l’osservatore esterno non può notare alcun cambiamento. Si tratta di Dharana (concentrazione), Dhyana (meditazione, l’atto di mantenere la concentrazione a lungo su un singolo oggetto e senza interruzione) e Samadhi (perfetto raccoglimento, uno stadio superiore di meditazione, difficile da definire a parole). La pratica delle prime cinque membra è propedeutica al successivo raggiungimento delle ultime tre.
Patanjali in una statua moderna
Yama, le prescrizioni sociali.
Yama e Niyama vengono generalmente nominati in coppia, e sono una sorta di dieci comandamenti dello Yoga. I due termini vengono spesso tradotti in Italia con le parole astratte e quasi sinonime di “prescrizioni” o “proibizioni” (Yama) e “osservanze” o “obblighi” (Niyama) ma vengono comprese e memorizzate meglio se si identificano così: gli Yama sono le prescrizioni sociali (come comportarsi con gli altri) e i Niyama sono le prescrizioni personali (come comportarsi con sé stessi). Infatti, anche se è possibile, cercando il pelo nell’uovo, trovare qualche sovrapposizione, gli Yama hanno principalmente impatto sul rapporto con gli altri, mentre i Niyama, di cui parleremo nel prossimo articolo, riguardano prevalentemente sé stessi.
Gli Yama sono Ahimsa (non violenza), Satya (verità), Asteya (non rubare, astensione dal furto), Brahmacarya (castità, moderazione nell’uso dell’energia sessuale), Aparigraha (mancanza di possessività e attaccamento ai beni materiali).
Ahimsa o Non-violenza
Il concetto di non violenza nei confronti di ogni essere vivente è tanto antico nella filosofia indiana quanto probabilmente uno dei più moderni e rivoluzionari, tant’è vero che è stato alla base della lotta di liberazione dell’India guidata da Gandhi, successivamente adottato anche da leader politici e sociali come Martin Luther King, Nelson Mandela e altri. Nella storia raramente la filosofia politica o religiosa hanno messo la non violenza al primo posto della propria pratica, come hanno invece fatto i filosofi dello Yoga migliaia di anni fa. Anzi, spesso violenza e sopraffazione è stata giustificata anche da motivi religiosi, come succede purtroppo talvolta anche oggi.
Ahimsa letteralmente significa non ferire, nel senso di evitare la violenza a tutti i livelli: fisico, verbale, mentale, emotivo. Anche se fra minacciare una bastonata e darla veramente c’è un’ovvia differenza, la violenza fisica è figlia della violenza mentale e verbale. Ogni genere di violenza scatena cicli di odio e amarezza, che ne scatenano altri come conseguenza. Se tu fai violenza agli altri, prima o poi ne ricevi indietro, concetto ben noto anche a livello popolare: “chi la fa l’aspetti”, “chi semina vento raccoglie tempesta” e così via.
Inoltre una mente piena di odio e pensieri violenti non può essere stabile, rendendo più difficile se non impossibile la pratica dello Yoga. Eliminare la violenza fisica è il primo passo per eliminare anche la violenza verbale. Eliminando la violenza verbale si evita anche di pensare in modo violento o offensivo. Se si soffocano alla loro nascita i pensieri violenti, si riesce anche a controllare le emozioni negative.
Per il praticante di Yoga evitare atti violenti nei confronti degli altri e di qualsiasi creatura è fondamentale. Talmente importante che è il primo punto in agenda.
Satya o Verità
Praticare Satya significa aderire e ricercare la sincerità nella vita personale e sociale. Contrariamente a quel che talvolta può sembrare, dire la verità è più facile che dire bugie. Per mentire con successo occorre avere un’ottima memoria, e grande fantasia. Ogni menzogna ne trascina altre, come vediamo nei film gialli e nelle commedie degli equivoci. Come diceva Shakespeare, “quale intricata tela intessiamo la prima volta che iniziamo a mentire”. Una bugia tira l’altra.
Mentre le bugie rubano energia, la verità dà coraggio: quello che dico è esattamente quello che ricordo. Non devo inventare nulla. Una menzogna invece genera sempre sentimenti di colpa nella tua mente, per quanto sottili. Ovviamente possono esserci situazioni in cui anche dire la verità può essere una forma di violenza: ad esempio dire a un’altra persona che è brutta o vestita male. In quel caso è possibile tacere, soprattutto quando quella che pensiamo essere verità, in realtà è solo un’opinione personale. E le opinioni è meglio fornirle solo quando è richiesto o opportuno.
Chi pratica Yoga deve imparare a dire la verità, agli altri e a sé stessi, ma rispettando la loro sensibilità per non ferirli.
Asteya o non rubare
Non rubare significa eliminare dalla propria vita ogni atto o desiderio di appropriazione e disonestà nei confronti degli altri. Rubare significa porsi in una situazione di tensione, coltivare un senso di colpa, continuare a temere per mesi o per anni di essere scoperto. Anche se malviventi e truffatori possono apparire vincitori sul breve periodo, è utile notare che in genere le tensioni della loro vita li usurano precocemente o li inducono all’abuso di sostanze come droghe e alcool per trovare un po’ di distrazione dalla vita che fanno. Rubare, nella pratica dello Yoga, va evitato perché danneggia gli altri e sé stessi, avviando pensieri, emozioni ed avvenimenti molto negativi.
Bramhacharya o rinuncia alla sessualità non necessaria
Brahmacharya è, come tutto quello che riguarda direttamente o indirettamente il sesso, il punto spesso più controverso. Letteralmente significa seguire Brahman, inteso come il principio divino dell’universo. Secondo la mitologia indiana, l’universo è sottoposto a una triade divina: Brahma, il creatore, Visnu, il garante della stabilità, Siva, il tempo divoratore e distruttore. Solo Visnu e Siva sono sposati. Brahma il creatore è celibe. Questo starebbe a significare che si possono raggiungere poteri spirituali e creativi superiori solo tenendo sotto controllo la dispersione di energia sessuale. Secondo alcuni, chi pratica Yoga dovrebbe evitare ogni attività sessuale. Secondo altri, è sufficiente che l’attività sessuale sia moderata. Facendo un’analogia con il cibo, sappiamo che con il cibo si introducono anche tossine, e la digestione è un processo laborioso che richiede energia, il che spiega i benefici di una dieta moderata e di occasionali brevi digiuni. Se l’analogia è calzante, troppo sesso è come mangiare troppo: fonte di debolezza e malattia. Ma anche il digiuno totale, se prolungato, crea problemi: alla lunga si muore.
Bisogna anche aggiungere che l’attività sessuale, comprendendo necessariamente una relazione molto intima con un’altra persona, per una sola notte o per molto tempo, comporta l’avvio di una quantità enorme di attività mentali e distrazioni che, soprattutto nel caso di sessualità egoistica e predatoria, non facilitano la pratica dello Yoga. Uno Yogi dovrebbe utilizzare la sua energia sessuale per dedicarla all’attività spirituale.
Chi non è sposato o non ha una relazione stabile dovrebbe evitare attività sessuali. Chi è sposato o ha una relazione stabile deve seguire una strada di moderazione. Ci sono comunque dibattito e punti di vista diversi fra i vari commentatori, le cui raccomandazioni vanno dall’astinenza assoluta, magari raggiunta con gradualità, a una certa liberalità e indulgenza.
Aparigraha o non attaccamento per i beni materiali
Aparigraha significa mancanza di avidità e di desiderio di possesso. Tutti noi abbiamo una tendenza ad acquisire, possedere e conservare le cose che ci piacciono. Ma ogni oggetto attiva una serie di problemi: acquisirlo, conservarlo, custodirlo, disfarsene nel modo giusto se e quando ha adempiuto alla sua funzione. Meno si desidera, meno problemi ci si crea dal punto di vista mentale ed emozionale. E, per chi è consapevole anche dei problemi ecologici a livello globale, meno si possiede meno si pesa sul mondo e sulla società. Anche da questo punto di vista l’antichissima filosofia dello Yoga si rivela modernissima.
Il filo conduttore dei cinque Yama è il distacco: distacco dalle emozioni negative attraverso la soppressione della violenza, dai propri desideri di manipolazione attraverso l’accettazione della verità, dagli oggetti attraverso il rifiuto del furto, dai piaceri attraverso la castità, distacco dal possesso.
Gli Yama rappresentano indicazioni per un buon comportamento etico, quello preferibile dal punto di vista della pratica dello Yoga. Seguendo questo codice etico i progressi spirituali e i benefici della pratica saranno maggiori e più facili. Si tratta di un codice indispensabile per chi vuole raggiungere gli stadi più elevati dello Yoga e non limitarsi a un corpo flessibile e qualche beneficio antistress, per quanto preziosi.
Bibliografia utile
“Le regole della vita quotidiana (yama e niyama)”, Cinzia Picchioni, ed. Magnanelli
“Enciclopedia dello Yoga”, Stefano Piano, Promolibri Magnanelli
“The Language of Yoga”, Nicolai Bachman, Sounds True
“The Yoga Tradition”, Georg Feuerstein, Hohm Press
“Aforismi dello Yoga”, a cura di Paolo Magnone, Promolibri Magnanelli
“La Scienza dello Yoga”, I.K. Taimni, Astrolabio Edizioni
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile italiano Yoga Journal Italia, con qualche variazione.
Gli altri articoli della serie “Astanga Yoga di Patanjali” sono qui.
2 Commenti per “Yama, le 5 regole per un mondo migliore”
Un momento solo...
Lascia un commento